
Vorrei, con questo intervento, porre all’attenzione alcune problematiche che spesso occorre affrontare nel momento in cui si gestisce una Casa di Riposo o una Casa protetta.
Anzitutto occorre rilevare che, questo tipo di strutture, da ritenersi “ultime spiagge” verso cui approdare, debbono comunque prestare attenzione ed ascolto alla richiesta di aiuto che parte da un intero contesto familiare. Ad assolvere tale compito e, quindi, indirizzare verso soluzioni adatte ad ogni singolo caso esposto, esistono in primis le varie Unità di Valutazione Distrettuali (UVD) che, in un clima di collegialità (così dovrebbe essere, ma il condizionale m’è sempre d’obbligo), decidono verso quali strutture o servizi (Assistenza domiciliare, Centri Diurni, Case di Riposo, Case Protette, Case Albergo, RSA, et cetera), indirizzare la persona onde poter ricevere un servizio meglio rispondente alle particolari esigenze che il caso specifico presenta.
Una volta appurato, dagli organi di valutazione preposti e su menzionati che il miglior servizio da offrirsi per quel singolo caso è, per l’appunto, la Casa di Riposo, la struttura si premura di accogliere con la professionalità dovuta, sia la persona, che l’intero contesto familiare, poiché, essendo la struttura cui ci si riferisce una struttura con vocazioni socio-sanitarie, gli obblighi che la stessa deve assolvere per poter prestare un servizio ottimale sono indirizzati verso una capacità relazionale e di gestione dei rapporti umani oltre che verso il minimo di garanzie consentito e che il tipo di struttura è tenuto ad erogare, mi riferisco nella fattispecie, ai servizi che si indirizzano nel versante igienico-sanitario.
Coordinando, all’interno di una struttura residenziale per anziani, un progetto che intende promuovere i P.A.I (Piani di Assistenza Individualizzati), non di rado mi trovo coinvolto in situazioni di estrema criticità che, se da un lato evidenziano una problematica di carattere gestionale, dall’altro occorre evidenziare che lo stesso tipo di problematica spesso non coincide con gli effettivi bisogni che la persona anziana in realtà esprime.
Anzitutto occorre rilevare che, questo tipo di strutture, da ritenersi “ultime spiagge” verso cui approdare, debbono comunque prestare attenzione ed ascolto alla richiesta di aiuto che parte da un intero contesto familiare. Ad assolvere tale compito e, quindi, indirizzare verso soluzioni adatte ad ogni singolo caso esposto, esistono in primis le varie Unità di Valutazione Distrettuali (UVD) che, in un clima di collegialità (così dovrebbe essere, ma il condizionale m’è sempre d’obbligo), decidono verso quali strutture o servizi (Assistenza domiciliare, Centri Diurni, Case di Riposo, Case Protette, Case Albergo, RSA, et cetera), indirizzare la persona onde poter ricevere un servizio meglio rispondente alle particolari esigenze che il caso specifico presenta.
Una volta appurato, dagli organi di valutazione preposti e su menzionati che il miglior servizio da offrirsi per quel singolo caso è, per l’appunto, la Casa di Riposo, la struttura si premura di accogliere con la professionalità dovuta, sia la persona, che l’intero contesto familiare, poiché, essendo la struttura cui ci si riferisce una struttura con vocazioni socio-sanitarie, gli obblighi che la stessa deve assolvere per poter prestare un servizio ottimale sono indirizzati verso una capacità relazionale e di gestione dei rapporti umani oltre che verso il minimo di garanzie consentito e che il tipo di struttura è tenuto ad erogare, mi riferisco nella fattispecie, ai servizi che si indirizzano nel versante igienico-sanitario.
Coordinando, all’interno di una struttura residenziale per anziani, un progetto che intende promuovere i P.A.I (Piani di Assistenza Individualizzati), non di rado mi trovo coinvolto in situazioni di estrema criticità che, se da un lato evidenziano una problematica di carattere gestionale, dall’altro occorre evidenziare che lo stesso tipo di problematica spesso non coincide con gli effettivi bisogni che la persona anziana in realtà esprime.
Il Vagabondaggio afinalistico
Perfettamente ascrivibile in un contesto di demenza senile, il vagabondaggio afinalistico diviene per l’anziano ospite una modalità comportamentale che spesso getta nello sconforto anche le persone che gravitano attorno l’anziano stesso. In pratica la persona, come ben suggerisce il termine del disagio comportamentale, si muove in ogni dove senza uno scopo preciso e spesso in maniera convulsa, spostando oggetti e, magari collocandoli in luoghi senza uno scopo immediatamente intuibile. E’ a questo punto che spesso si adottano, a mio parere con troppa facilità misure di contenzione, non di rado infatti l’anziano viene legato ad una poltrona e, siccome ancor più raramente accetta quella condizione ed allo scopo inizia ad urlare, il medico ancor più facilmente prescrive un farmaco sedativo che avrà il solo scopo di rendere la persona in uno stato quasi vegetale ma che, comunque, non si lamenterà più. Ora, visto che la contenzione ed i farmaci, non vanno a soddisfare i bisogni della persona quanto quelli di chi sta loro attorno, a partire dal personale assistente e medico infermieristico, il Progetto Individuale (P.A.I) si mostra in questi casi soprattutto il luogo deputato in cui vanno prese le giuste misure valutando il problema da angolature differenti visto che partecipano al Piano (il medico, l’infermiere, l’assistente sociale, il tutor assistente, il resposabile della struttura ed un famigliare). Lì, e solo in quel luogo dietro una valutazione multidimensionale della persona, vanno prese le misure adatte al caso. Purtroppo in pochissime strutture, che io conosca, si svolgono prassi indirizzate in tal senso, mentre è sempre imperante la logica dei mansionari ed il potere decisionale è posto, a seconda dei casi, esclusivamente nelle parziali mani dei medici o dell’infermiere o del responsabile della struttura. Nel caso su-menzionato credo sia intuibile che, per una ragione di più occorre si operi in un clima che adotti il più alto grado di collegialità.
Mirco Marchetti