
Le storie delle persone affiorano come papaveri in un campo di grano, singoli puntini rossi interrompono l’abbagliante oggettività dorata. Allo stesso modo, e forse ancor più, la società è puntellata da individuali percorsi esistenziali che rompono le forme della categorizzazione e del generalismo.
Esiste una categoria sociale ben definita, quella degli anziani, alle volte se vogliamo parlare di una persona anziana siamo propensi a porre la nostra attenzione su quella caratteristica che, secondo lo stereotipo, il pregiudizio o come lo definisce Erving Goffman, stigma, deve contraddistinguere la categoria dei vecchi, ossia la “perdita”: di forza fisica, di energie psichiche, di risorse economiche, di relazioni affettive e sessuali, di ruolo sociale. Ma perché i vecchi ci sembrano tutti uguali? Forse, riflettendo, possiamo affermare che noi adulti manifestiamo la tendenza a collocarli in una categoria poiché categorizzare è un processo che ci permette di far fronte a situazioni nuove con un leggero dispendio di energie psichiche, quindi è conveniente inserire una persona e/o la situazione ad essa collegata nella categoria conosciuta, la vecchiaia.
Potremmo provare un altro percorso!(?)
Scoprire la dimensione soggettiva delle storie di vita degli anziani dai racconti. Raccontare e raccontarsi è colmo di implicazioni per la persona, il raccontarsi aiuta la propria identità, il costante andirivieni, tra passato e presente, dei pensieri aiuta l’anziano a rappresentarsi come un’unità specifica, coerente, unica, nonostante i mutamenti biologici, psicologici e sociali.
Certo, in alcuni casi deve esserci un persona preparata e disponibile ad ascoltare per conoscere le esigenze e i bisogni della persona che si ha di fronte, per stabilire una relazione interpersonale fondata sull’empatia, l’autenticità e la spontaneità, per trasmettere fiducia nei confronti dell’anziano interlocutore con un ascolto attivo e un atteggiamento non giudicante, instaurando quindi un clima di libertà nell’uso della comunicazione verbale e non verbale, ma in altrettanti casi ognuno di noi ha le potenzialità per raccogliere sentimenti, emozioni ed esperienze che compongono il bilancio di una intera esistenza vissuta dall’anziano nonno, padre, zio o sconosciuto vecchio incontrato per strada.
“Parlare fa bene”, se parlassimo con gli anziani potremmo conoscere e forse comprendere che non sono mostri, non sono il riflesso negativo di ciò che saremo, ma ci appariranno solo come singoli papaveri in un campo di grano…
Massimo Tumini
Esiste una categoria sociale ben definita, quella degli anziani, alle volte se vogliamo parlare di una persona anziana siamo propensi a porre la nostra attenzione su quella caratteristica che, secondo lo stereotipo, il pregiudizio o come lo definisce Erving Goffman, stigma, deve contraddistinguere la categoria dei vecchi, ossia la “perdita”: di forza fisica, di energie psichiche, di risorse economiche, di relazioni affettive e sessuali, di ruolo sociale. Ma perché i vecchi ci sembrano tutti uguali? Forse, riflettendo, possiamo affermare che noi adulti manifestiamo la tendenza a collocarli in una categoria poiché categorizzare è un processo che ci permette di far fronte a situazioni nuove con un leggero dispendio di energie psichiche, quindi è conveniente inserire una persona e/o la situazione ad essa collegata nella categoria conosciuta, la vecchiaia.
Potremmo provare un altro percorso!(?)
Scoprire la dimensione soggettiva delle storie di vita degli anziani dai racconti. Raccontare e raccontarsi è colmo di implicazioni per la persona, il raccontarsi aiuta la propria identità, il costante andirivieni, tra passato e presente, dei pensieri aiuta l’anziano a rappresentarsi come un’unità specifica, coerente, unica, nonostante i mutamenti biologici, psicologici e sociali.
Certo, in alcuni casi deve esserci un persona preparata e disponibile ad ascoltare per conoscere le esigenze e i bisogni della persona che si ha di fronte, per stabilire una relazione interpersonale fondata sull’empatia, l’autenticità e la spontaneità, per trasmettere fiducia nei confronti dell’anziano interlocutore con un ascolto attivo e un atteggiamento non giudicante, instaurando quindi un clima di libertà nell’uso della comunicazione verbale e non verbale, ma in altrettanti casi ognuno di noi ha le potenzialità per raccogliere sentimenti, emozioni ed esperienze che compongono il bilancio di una intera esistenza vissuta dall’anziano nonno, padre, zio o sconosciuto vecchio incontrato per strada.
“Parlare fa bene”, se parlassimo con gli anziani potremmo conoscere e forse comprendere che non sono mostri, non sono il riflesso negativo di ciò che saremo, ma ci appariranno solo come singoli papaveri in un campo di grano…
Massimo Tumini
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