sabato 24 novembre 2007

Corsi Gratuiti (Laboratori di sensibilizzazione)


I Corsi di sensibilizzazione sono stati spostati al lunedì sera, dalle 20,30 alle 22,30. Il gruppo di partecipanti ha condiviso assieme la giornata e l’orario. La sede degli incontri è sempre ubicata in via Castiglione, 2 Urbania. Quindi il prossimo incontro sarà Lunedì 26/11 alle ore 20,30, se alcuni fossero interessati a partecipare la cosa può essere ancora fattibile, quindi si prega, nel caso, di mettersi in contatto con il sottoscritto onde io possa valutare la possibilità di partecipazione ai su-menzionati Corsi Gratuiti. Nei prossimi incontri venturi sarà poi difficile partecipare, comunque per ogni ulteriore richiesta di ingresso nel gruppo mi riservo il diritto di valutare caso per caso.

Si ricorda che al termine verrà rilasciato un attestato di frequenza.

Cordialmente,

Mirco Marchetti

sabato 17 novembre 2007

Gruppi virtuali e ricerca psicosociale

Le Relazioni nei gruppi virtuali (Di Luca Bacchetta)

La Comunicazione Mediata dal Computer (CMC).

C’è spesso un atteggiamento scettico, soprattutto tra gli operatori "psico-sociali quando si parla di relazioni nei gruppi virtuali. Chi sostenendo che "in quanto virtuali" non si può parlare di gruppi, chi sostenendo che, per la stessa motivazione, non si può parlare di "relazioni". Sperando, in questo modo, di sottrarsi al disagio di confrontarsi con una delle frontiere dell’umano, la zona di confine tra uomo e macchina.

A mio parere, sostenere, come alcuni fanno, che non si ha a che fare con gruppi "perché non ci si vede" o "perché mancano i corpi" è conseguenza di almeno due assunti erronei che, per un verso, consistono nella riduzione del concetto di gruppo a quello di "gruppo faccia a faccia e per l’altro comportano la rimozione di una parte rilevante degli studi di psicologia sociale degli anni ‘50 (si pensi agli esperimenti condotti sulla struttura della comunicazione da Leavitt proprio utilizzando una macchina che non permetteva la comunicazione diretta tra i partecipanti)(Brown, 1990, pp.105-106)

Se ripercorriamo, invece, le definizioni più ricorrenti del termine "gruppo" (Brown, 1990, pp.) non è possibile negare che i "gruppi virtuali" siano tali, quando presentino alcune caratteristiche minimali: i partecipanti si riconoscano come membri dello stesso gruppo e questa caratteristica sia riconosciuta da un terzo "esterno".

Gli studi sulle caratteristiche dei "gruppi virtuali" e delle comunicazioni e relazioni che in essi avvengono, sono divenuti sempre più numerosi a partire dalla metà degli anni ‘80 nel momento in cui la comunicazione a distanza, sia in ambito educativo che produttivo diventa sempre più importante.

Mantovani (1995) riporta le tesi di Sproull e Kiesler che hanno argomentato circa la povertà di informazioni riguardo le situazioni relazionali interpersonali presente nella CMC e ne critica la concezione "che identifica il contesto sociale con l’insieme delle relazioni interpersonali " confrontandola con le elaborazioni successive, in particolare di Spearls e Lea, per sostenere che il sociale non è nelle relazioni ma nei processi di simbolizzazione (di sé, dell’altro, della situazione, ecc.). I riferimenti espliciti cui questa lettura si richiama sono la teoria dell’identità sociale di Tajfel e quella della categorizzazione del sé di Turner.

I due filoni sopracitati (rappresentati da un lato da Sproul e Kiesler, dall’altro da Spearls e Lea) costituiscono i poli principali nel dibattito sulle caratteristiche della CMC; di fatto riproducono la storica differenziazione nella lettura dei fenomeni di gruppo tra le letture interazioniste e quelle "gruppali" di derivazione lewiniana.

Da allora si sono moltiplicate le analisi e la ricerca sulle caratteristiche dei "gruppi virtuali"; analisi che hanno preso in considerazione la struttura della comunicazione, l’influenza dei ruoli e dello status, il processo decisionale. Indagati sono stati, in particolare, aspetti come le strategie di approccio, le identità multiple, il cambiamento di genere, le relazioni sentimentali, l’anonimato, la leadership, la partecipazione, la differenza di genere, la deindividualizzazione, ecc. I principali autori di riferimento sono ancora quelli che si sono occupati negli anni 50-70 di gruppi e comunità.

Le metodologie utilizzate fanno riferimento prevalentemente ad approcci di tipo sociologico ed antropologico, con una netta prevalenza dell’ osservazione" più o meno partecipante.

E’ rimasta in secondo piano, probabilmente per il minor interesse (o la maggiore difficoltà), la ricerca sullo sviluppo dei processi affettivi nei gruppi virtuali.

domenica 12 agosto 2007

Case di Riposo e gestione di alcune problematiche (1)


Vorrei, con questo intervento, porre all’attenzione alcune problematiche che spesso occorre affrontare nel momento in cui si gestisce una Casa di Riposo o una Casa protetta.
Anzitutto occorre rilevare che, questo tipo di strutture, da ritenersi “ultime spiagge” verso cui approdare, debbono comunque prestare attenzione ed ascolto alla richiesta di aiuto che parte da un intero contesto familiare. Ad assolvere tale compito e, quindi, indirizzare verso soluzioni adatte ad ogni singolo caso esposto, esistono in primis le varie Unità di Valutazione Distrettuali (UVD) che, in un clima di collegialità (così dovrebbe essere, ma il condizionale m’è sempre d’obbligo), decidono verso quali strutture o servizi (Assistenza domiciliare, Centri Diurni, Case di Riposo, Case Protette, Case Albergo, RSA, et cetera), indirizzare la persona onde poter ricevere un servizio meglio rispondente alle particolari esigenze che il caso specifico presenta.

Una volta appurato, dagli organi di valutazione preposti e su menzionati che il miglior servizio da offrirsi per quel singolo caso è, per l’appunto, la Casa di Riposo, la struttura si premura di accogliere con la professionalità dovuta, sia la persona, che l’intero contesto familiare, poiché, essendo la struttura cui ci si riferisce una struttura con vocazioni socio-sanitarie, gli obblighi che la stessa deve assolvere per poter prestare un servizio ottimale sono indirizzati verso una capacità relazionale e di gestione dei rapporti umani oltre che verso il minimo di garanzie consentito e che il tipo di struttura è tenuto ad erogare, mi riferisco nella fattispecie, ai servizi che si indirizzano nel versante igienico-sanitario.

Coordinando, all’interno di una struttura residenziale per anziani, un progetto che intende promuovere i P.A.I (Piani di Assistenza Individualizzati), non di rado mi trovo coinvolto in situazioni di estrema criticità che, se da un lato evidenziano una problematica di carattere gestionale, dall’altro occorre evidenziare che lo stesso tipo di problematica spesso non coincide con gli effettivi bisogni che la persona anziana in realtà esprime.    

                                     Il Vagabondaggio afinalistico

Perfettamente ascrivibile in un contesto di demenza senile, il vagabondaggio afinalistico diviene per l’anziano ospite una modalità comportamentale che spesso getta nello sconforto anche le persone che gravitano attorno l’anziano stesso. In pratica la persona, come ben suggerisce il termine del disagio comportamentale, si muove in ogni dove senza uno scopo preciso e spesso in maniera convulsa, spostando oggetti e, magari collocandoli in luoghi senza uno scopo immediatamente intuibile. E’ a questo punto che spesso si adottano, a mio parere con troppa facilità misure di contenzione, non di rado infatti l’anziano viene legato ad una poltrona e, siccome ancor più raramente accetta quella condizione ed allo scopo inizia ad urlare, il medico ancor più facilmente prescrive un farmaco sedativo che avrà il solo scopo di rendere la persona in uno stato quasi vegetale ma che, comunque, non si lamenterà più. Ora, visto che la contenzione ed i farmaci, non vanno a soddisfare i bisogni della persona quanto quelli di chi sta loro attorno, a partire dal personale assistente e medico infermieristico, il Progetto Individuale (P.A.I) si mostra in questi casi soprattutto il luogo deputato in cui vanno prese le giuste misure valutando il problema da angolature differenti visto che partecipano al Piano (il medico, l’infermiere, l’assistente sociale, il tutor assistente, il resposabile della struttura ed un famigliare). Lì, e solo in quel luogo dietro una valutazione multidimensionale della persona, vanno prese le misure adatte al caso. Purtroppo in pochissime strutture, che io conosca, si svolgono prassi indirizzate in tal senso, mentre è sempre imperante la logica dei mansionari ed il potere decisionale è posto, a seconda dei casi, esclusivamente nelle parziali mani dei medici o dell’infermiere o del responsabile della struttura. Nel caso su-menzionato credo sia intuibile che, per una ragione di più occorre si operi in un clima che adotti il più alto grado di collegialità.

Mirco Marchetti

sabato 7 luglio 2007

Gestalt


Voglio prendere spunto da questo esempio genialmente messo all'attenzione da Guido Contessa per dare un'ulteriore conferma della veridicità della teoria della Gestalt:

"Secnodo un pfrosseore dlel'Unviesrita' di Cmabrdige, non imorpta in che oridne apapaino le letetre in una paolra, l'uinca csoa imnorptate e' che la pimra e la ulimta letetra sinao nel ptoso gituso. Il riustlato puo' serbmare mloto cnofsuo e noonstatne ttuto si puo' legerge sezna mloti prleobmi. Qesuto si dvee al ftato che la mtene uanma non lgege ongi ltetera una ad una, ma la paolra nel suo isineme."

Mirco Marchetti

lunedì 4 giugno 2007

Parlare fa bene


Le storie delle persone affiorano come papaveri in un campo di grano, singoli puntini rossi interrompono l’abbagliante oggettività dorata. Allo stesso modo, e forse ancor più, la società è puntellata da individuali percorsi esistenziali che rompono le forme della categorizzazione e del generalismo.
Esiste una categoria sociale ben definita, quella degli anziani, alle volte se vogliamo parlare di una persona anziana siamo propensi a porre la nostra attenzione su quella caratteristica che, secondo lo stereotipo, il pregiudizio o come lo definisce Erving Goffman, stigma, deve contraddistinguere la categoria dei vecchi, ossia la “perdita”: di forza fisica, di energie psichiche, di risorse economiche, di relazioni affettive e sessuali, di ruolo sociale. Ma perché i vecchi ci sembrano tutti uguali? Forse, riflettendo, possiamo affermare che noi adulti manifestiamo la tendenza a collocarli in una categoria poiché categorizzare è un processo che ci permette di far fronte a situazioni nuove con un leggero dispendio di energie psichiche, quindi è conveniente inserire una persona e/o la situazione ad essa collegata nella categoria conosciuta, la vecchiaia.
Potremmo provare un altro percorso!(?)
Scoprire la dimensione soggettiva delle storie di vita degli anziani dai racconti. Raccontare e raccontarsi è colmo di implicazioni per la persona, il raccontarsi aiuta la propria identità, il costante andirivieni, tra passato e presente, dei pensieri aiuta l’anziano a rappresentarsi come un’unità specifica, coerente, unica, nonostante i mutamenti biologici, psicologici e sociali.
Certo, in alcuni casi deve esserci un persona preparata e disponibile ad ascoltare per conoscere le esigenze e i bisogni della persona che si ha di fronte, per stabilire una relazione interpersonale fondata sull’empatia, l’autenticità e la spontaneità, per trasmettere fiducia nei confronti dell’anziano interlocutore con un ascolto attivo e un atteggiamento non giudicante, instaurando quindi un clima di libertà nell’uso della comunicazione verbale e non verbale, ma in altrettanti casi ognuno di noi ha le potenzialità per raccogliere sentimenti, emozioni ed esperienze che compongono il bilancio di una intera esistenza vissuta dall’anziano nonno, padre, zio o sconosciuto vecchio incontrato per strada.
“Parlare fa bene”, se parlassimo con gli anziani potremmo conoscere e forse comprendere che non sono mostri, non sono il riflesso negativo di ciò che saremo, ma ci appariranno solo come singoli papaveri in un campo di grano…

Massimo Tumini


lunedì 28 maggio 2007

Gruppi di sensibilizzazione

Si rende noto che, dietro valutazione, è stato approvato e finanziato da parte del CSV-Marche (Centro Servizi Volontariato Marche), la proposta Formativa “Gruppi di Sensibilizzazione”. Il progetto, redatto dal sottoscritto, ha come Ente promotore L’Associazione AVULSS NUCLEO DELL'ALTO METAURO di Urbania.

Il corso è ovviamente gratuito ed è rivolto a tutti ed in special modo a coloro i quali si affacciano al mondo del volontariato anche da semplici simpatizzanti o a coloro che già ne fanno parte.

Motivazioni principali del corso:

Nella società post industriale, frammentata e discontinua, si ampliano sensibilmente gli orizzonti del possibile e, se da un lato questo aspetto offre nuove opportunità, dall’altro rischia di creare ansie dovute anche ad una iper stimolazione per la minor preclusione sulle scelte da compiere. Questo evidenzia che, oggi soprattutto, gli individui occorre si dotino di nuove competenze che possano essere adoperate in un contesto che si rivela del tutto nuovo. Negli ambienti di lavoro, ad esempio, ma anche in quelli del volontariato, si fa sempre più pressante la richiesta di sviluppare, negli individui, capacità che consentano di saper lavorare in gruppo, di cooperare al raggiungimento di obiettivi condivisi e, quindi, di essere in possesso di specifiche competenze di partecipazione.

Alcuni obiettivi che si vogliono raggingere:

1) Maggior consapevolezza delle proprie capacità e dei propri limiti.
2) Agevolare la formazione delle competenze attraverso l’esperienza.
3) Maggiore responsabilizzazione nella gestione di situazioni specifiche
4) Aumentare le competenze ad affrontare specifiche problematiche contingenti.
5) Esaltazione della inter-individualità.
6) Maggiore consapevolezza delle problematiche poste in essere.
7) Stimolare il ruolo attivo di ognuno.
8) Capacità degli individui di gestire situazioni conflittuali


Il corso si articolerà in 24 ore di laboratorio (labor = lavoro) in orari ancora da definirsi, serali o preserali, suddivisi in moduli da 2 ore ciascuno (es. 18-20 oppure 21-23). Seguiranno ulteriori 3 ore in cui il/i gruppi rifletteranno sui lavori svolti e le difficoltà incontrate nello svolgimento dei compiti.

Le date sono ancora da definirsi.

Per maggiori informazioni o per chi fosse interessato a partecipare,

rivolgersi al docente del corso:

Mirco Marchetti
cell. 3389021652 e-mail: m.marchet@tiscali.it

domenica 27 maggio 2007

Contesti d'uso dell'Animazione Professionale


L’Animazione mette a disposizione i suoi strumenti in svariati contesti ed opera professionalmente in tutte le situazioni che evidenziano un disagio o esprimono un bisogno, operando con la finalità di ottenere uno stato di benessere adoperando le risorse che quel tipo di utenza possiede anche in forma latente o inespressa, ma giacente in potenza. Il primo passo deve quindi essere indirizzato all’ascolto poiché, rogersianamente, siamo convinti che l’utente sa sempre qualcosa in più di noi. Quindi “far esprimere”, poiché l’Animazione è protesa al “far fare”, nell’accezione in cui far esprimere significa spremere fuori, i bisogni dell’utente e tentare di darne soddisfazione. Il benessere che ricerca l’Animazione è un benessere orientato alla crescita, di gruppo o personale, nell’offerta di opportunità ulteriori che possano gettare le basi per offrire l’opportunità di un cambiamento. Il cambiamento è quindi una delle prime finalità che l’Animazione persegue; passare da uno stato di insoddisfazione ad un altro di maggior benessere è ciò che chiede l’utente in genere e ciò che l’Animazione tenta di fare. In questo, l’Animazione Professionale “opera in forma retribuita e secondo un metodo scientifico” (G.Contessa – L’Animazione ed. CSE). Gli interventi sono rivolti principalmente a singoli, gruppi, organizzazioni e comunità. Personalmente mi occupo di “Gruppi di sensibilizzazione” Gruppi di Auto Mutuo Aiuto (AMA) Gruppi di Lavoro, ponendo attenzione alla elaborazione e gestione del conflitto, mi occupo di Animazione nelle Case di Riposo facendo riferimento in quest’ultimo caso a metodologie e strumenti quali “L’Animazione musicale”, l’approccio stheineriano al colore e le dinamiche di gruppo psicomotorie, oltre al costante riferimento, nell’approccio strategico alla relazione ed alla comunicazione con utenti in età avanzata ed in stato di disorientamento spazio/temporale, al Metodo Validation di Naomi Feil.

Ma un buon Animatore deve pure saper progettare, creare connessioni e sinergie. Deve, in pratica, saper accendere il fuoco che sappia donare energia affinché l’utenza possa riuscire a passare da uno stato ad un altro, nello stesso modo in cui per far passare l’acqua da uno stato liquido ad uno gassoso, occorre la si addizioni di quella giusta energia capace di rompere i vecchi legami tra le molecole passando dopo un periodo di caos ad un altro stato fisico.

Metodologie di intervento: Le culture del lavoro per progetti. L’individuazione di differenti
contesti di intervento, delle loro caratteristiche e relazioni interne ed esterne (gruppo, gruppi,
comunità, territorio-quartiere, territorio-città). L’osservazione e l’analisi dei bisogni e delle risorse.

Si può pensare all’animazione come intervento nel
territorio, al fine di favorire i processi di crescita della capacità dei singoli e dei gruppi di partecipare e gestire la
realtà sociale in cui vivono, avvalendosi, oltrechè dell’azione nel territorio, dell’uso
dell’azione psicosociale volta a promuovere la capacità espressiva delle persone.


L’Animazione svolge quindi la propria attività nei riguardi di
persone di diverse età
, mediante la formulazione e la attuazione di progetti animativi caratterizzati
da intenzionalità e continuità, volti a promuovere e contribuire al pieno sviluppo delle potenzialità
di crescita personale e di inserimento e partecipazione sociale, agendo, per il perseguimento di tali
obiettivi, sulla relazione interpersonale, sulle dinamiche di gruppo, sul sistema familiare, sul
contesto ambientale e sull’organizzazione dei servizi in campo sociale.

Le varie funzioni dell’Animatore sono quindi:

1. Funzione di prevenzione delle forme di disagio, devianza e marginalità sociale, nelle situazioni
"a rischio". 1.1. acquisizione di adeguate conoscenze sui fenomeni e condizioni che possono
determinare situazioni di disagio concorrendo anche alla formulazione di mappe a rischio; 1.2.
instaurazione e mantenimento di adeguati rapporti con gruppi, aggregazioni, comunità, attraverso
contatti interpersonali e di gruppo; 1.3. promozione delle risorse e delle attività per prevenire
situazioni di rischio, valorizzando modelli di comportamento positivi.
2. Funzioni di rafforzamento della personalità, inducendo nell’individuo atteggiamenti positivi
verso la vita, verso gli altri aumentando il livello di sicurezza del SE’, stimolando a ricercare e ad
acquisire un proprio ruolo. 2.1. attuazione di interventi animativi, a livello
individuale e di gruppo, e di stimolo alla crescita personale, all’autonomia ed alla responsabilità
individuale e sociale; 2.2. programmazione ed organizzazione dei vari momenti di vita comunitaria
e delle attività di gruppo, in rapporto con la famiglia, la scuola, i servizi, le istituzioni, in relazione
alle problematiche individuate;
3. Funzione abilitativa ed educativa finalizzata a migliorare, esprimere, rendere operanti le
potenzialità della persona, nei casi di disabilità psico-fisica e nei casi in cui occorra ricostruire
rapporti ed obiettivi di vita.

Mirco Marchetti


sabato 26 maggio 2007

I Gruppi

   
In genere l’Animatore professionista si trova ad operare in situazioni di gruppo o di piccoli gruppi.
All’interno di ogni Gruppo si pone all’attenzione il problema della Comunicazione, nell’accezione in cui comunicare significa “mettere in comune”. Questo implica inevitabilmente delle differenze all’interno di ogni singolo Gruppo, in quanto non tutti riescono a comunicare nello stesso modo e questo ritengo sia comprensibile ad ognuno. In ogni gruppo ci saranno persone silenziose, altre invece saranno loquaci e non lasceranno spazio alle persone silenziose e timide, e tra queste due condizioni ve ne saranno altre intermedie e caratterizzate da differenti sfumature. Va aggiunto che ogni gruppo si caratterizza come gruppo unico e nella sua unicità rappresenta un particolare campo d’azione per gli individui che vi prendono parte, tanto che, se esce ad esempio un componente particolare da quel dato gruppo, a volte osserviamo che un membro fin d’allora silente inizia a divenire più loquace, questo da conto anche del fatto che un gruppo può avere rappresentazione anche come “campo di forze” che si allineano o si contrastano vicendevolmente. E’ quindi compito dell’animatore creare una situazione, un "clima" tale da consentire a tutti di essere in condizione di esprimersi. L’Animatore farà allora attenzione affinché:

• Si possa facilitare la conoscenza fra i membri del gruppo
• Vengano tutti stimolati ad intervenire
• Non vi siano "comizi"
• Porrà attenzione a chi chiede la parola
• Eviterà giudizi di merito sui contenuti espressi sia da lui stesso che da altri partecipanti
• Porrà all’attenzione gli impedimenti che insorgono ad una corretta comunicazione interpersonale.

Se ognuno si sentirà ascoltato sentirà di appartenere così di diritto a quel collettivo che, di conseguenza, sentirà Suo e in questo modo, si sentirà anche maggiormente motivato alla partecipazione. La motivazione alla partecipazione ad un gruppo, quindi il grado di soddisfazione ad appartenervi ed il numero di defezioni in corso sono anche strumenti di riflessione di cui l’Animatore non può non tenere conto.
Può succedere che all’interno di un gruppo si vengano a creare situazioni di aggressività o di tensione fra i partecipanti(conflitto).

Una tale situazione si può verificare per molti e disparati motivi. Ciò che è importante sapere è che la conseguenza di tali eventi è l’innesco nei partecipanti membri del gruppo di sentimenti di disagio quali la paura, l’ansia, l’inquietudine.

Possibili soluzioni sono:

• far discutere serenamente i diversi punti di vista, invitando all’ascolto e alla comprensione effettiva
• fare un. esercizio di "scambio delle parti" per cui ognuna delle due parti in causa, sostenendo l’idea dell’avversario, approfondisce la sua comprensione del punto di vista cui si oppone
analizzare il conflitto come fonte di cambiamento e di risorse energetiche utili alla crescita del gruppo.

Mirco Marchetti

AnimataMente e l'Animazione professionale

AnimataMente è un’Associazione di professionisti del benessere immateriale e che si occupa in maniera professionale di Animazione.
Vediamo allora cosa intendiamo noi per Animazione visto che il termine spesso assume connotazioni bizzarre e fuorvianti.

L’Animazione è una pratica sociale indirizzata alla “presa di coscienza ed allo sviluppo del potenziale represso, rimosso o latente, di individui, piccoli gruppi e comunità” (G. Contessa). In questo, l’Animatore diviene un “facilitatore”, un professionista cioè che accompagna un individuo, un gruppo di persone o una piccola Comunità ad evolvere, operando un cambiamento che consenta di passare da una situazione vissuta come precaria o di disagio verio e proprio, ad una situazione di benessere. Secondo Margherita Sberna, l’Animatore deve "tirar fuori" dalle persone quello che in esse già è, ma che è stato soppresso o mortificato da una serie di pressioni esterne dalle quali è ormai difficile liberarsi da soli. In questo Egli viene definito anche come un facilitatore.
L’Animatore non deve mai sostituirsi agli altri, deve invece riuscire a portare a coscienza, nell’individuo o nel gruppo, ciò che l’individuo o il gruppo non riescono da soli a tirare fuori. In questo avviene un gioco tra le parti, un gioco in cui soggetto ed oggetto (Animatore ed Utente) si compenetrano e si com-prendono a vicenda. Per il “principio di indeterminazione”, l’osservatore nel momento in cui osserva il campo, contemporaneamente nell’atto del guardare, produce in esso un cambiamento ed è dal campo stesso modificato. E’ un po’ ciò che succede al fisico quando illumina, per poterli osservare, dei fotoni con un fascio di luce.
La pratica della Ricerca-Azione, sostiene un po' questo nel momento in cui si va ad evidenziare che quando ricerco agisco e quando agisco ricerco.

In base a questo Margherita Sberna afferma in proposito alla figura dell’Animatore: “ Non deve riempire con contenuti suoi le persone come fossero contenitori vuoti. Egli deve sempre ricordare che il rapporto con gli altri arricchisce entrambe le parti. Quindi se è certamente vero che con il suo lavoro egli aiuta gli altri a riscoprirsi e a realizzarsi pienamente, è altrettanto vero che la sua maturazione e crescita personale sono continuamente arricchite dal continuo contatto con gli individui che portano racchiuso in sè un loro patrimonio di conoscenze, esperienze, sentimenti degni di rispetto e di considerazione.”
Ecco che allora all’Animatore occorrono le seguenti doti: “...l’animatore deve possedere i tre stadi del sapere (conoscenze, informazioni, ecc.), saper fare (possedere tecniche, capacità di agire e fare programmi/progetti), saper essere (capacità di realizzare nella propria vita personale ciò che sa e che sa fare).” (M.Sberna)

Mirco Marchetti
Sociologo ed Animatore libero professionista